Capalbio

Capalbio

Ubicato a 217 metri s.l.m., Capalbio, centro agricolo e prelibato luogo di soggiorno e turismo, gode di un territorio comunale vasto 187 Kmq e di 10 frazioni: Capalbio Scalo, Borgo Carige, La Torba, Pescia Fiorentina, Vallerana, Giardino, Selva Nera, Carige Alta, Torre Palazzi, Chiarone. Il nome Capalbio, da “Caput Album” o “Campus Albus”, sembra derivare dai candidi alabastri che ricoprono i fianchi del suo poggio. I suoi abitanti sono chiamati “capalbiési”.

FRAMMENTI DI STORIA

Il territorio è sicuramente abitato in epoche remote, come attestano gli importanti reperti archeologici della zona: necropoli preistoriche, necropoli etrusche, ville romane. Ma il Castello di Capalbio fa parte della donazione effettuata da Carlo Magno a favore dell’Abbazia dei Santi Anastasio e Vincenzo alle Tre Fontane nell’805 e si trova citato nel 1161 nel privilegio di papa Alessandro III confermativo di quel possesso alla citata abbazia. Successivamente viene ceduto alla famiglia degli Aldobrandeschi che, presumibilmente, nell’XI secolo costruiscono la doppia cinta muraria, quindi nel 1216 viene incluso tra i beni del ramo aldobrandesco di Santa Fiora per poi passare, dopo dure battaglie, a quello di Sovana e Pitigliano. Dopo variegate vicende cade in mano ai Conti Orsini fino alla definitiva conquista da parte della Repubblica di Siena con l’atto di sottomissione del 1416, anche grazie alla scelta fatta dai cittadini che, evidentemente, si sentono più tranquilli sotto il giogo senese. Il periodo è molto florido e aumenta l’attività edilizia mediante la costruzione di case e il potenziamento delle mura, delle chiese e della rocca. Incastrato negli sconvolgimenti conseguenti alle lotte tra Francia e Spagna, temporaneamente occupato nel 1555 dagli spagnoli, dopo la conquista dei Medici (1557) si apre per Capalbio una fase storica alterna: più lieta da un punto di vista giuridico e istituzionale, meno dal lato sociale ed economico. Segue quindi le sorti del Granducato di Toscana. Nel Sei-Settecento la comunità resta stabile, indipendente, legata all’economia agricola fatta di grano, olio, vino, bestiame, caccia, pesca, ma alla fine del Settecento inizia una fase di decadenza, culminata nel 1783 con la soppressione della comunità civile e la relativa aggregazione prima a Manciano, poi ad Orbetello, dalla quale si riprende nell’Ottocento. Durante il Novecento risente positivamente delle opere di bonifica compiute in Maremma e gode della riforma agraria del 1952, sino a recuperare, nel 1960, autonomia amministrativa.

DA VEDERE

Il PAESE VECCHIO dalle spiccate caratteristiche medievali.

La ROCCA, edificio a “L” con torrione e cortile chiuso, risalente prevalentemente alle ristrutturazioni senesi del XV secolo, dove si conserva ancora l’antico pianoforte del maestro Giacomo Puccini.

Gli ANTICHI BASTIONI che cingono il paese e sono consigliabili per una suggestiva passeggiata.

La PIEVE DI SAN NICOLA ubicata sotto il castello, presenta una pregevole facciata e il campanile originale del XIII secolo.

Le VILLE ROMANE databili intorno al I secolo sono dislocate nei dintorni: zona di Sughereto di Ballantino, bassa collina di Settefinestre.

Sul colle di Capalbiaccio sono ravvisabili i resti di un castrum che nel medioevo fu adattato a castello e prese il nome di CASTELLO DI TRICOSTO.

Resti di mura, torrioni e terrapieni appartenuti ad un ANTICO CASTELLO MEDIEVALE precedente il IX secolo sono avvistabili sul Colle Monteti, prossimo alla collina di Capalbio.

Il FORTE DI MACCHIATONDA di epoca lorenese.

La TORRE DEL BURANACCIO che, durante lo Stato dei Presìdi, segnalava il confine tra questo e il territorio capalbiese.

Particolare rilievo assume il GIARDINO DEI TAROCCHI, organizzato a Garavicchio e vicinissimo a Capalbio. Viene considerata l’opera più alta di Niki de Saint Phalle, la più importante artista francese vivente, le cui opere si trovano in tutti i principali musei di arte moderna del mondo ed alcune di queste ornano piazze e luoghi di città come Stoccolma, Parigi, Gerusalemme. Il “Giardino” di Garavichio è costituito dalla rappresentazione fantastica dei ventidue “Arcani Maggiori dei Tarocchi”. Le sculture realizzate in cemento e poliestere, sono rivestite con mosaici di ceramica, vetri e specchi.

di Giovanni Gentili